27 settembre 2013

Chi sono

La Dottoressa Valentina Fusa si è Laureata in Psicologia ad indirizzo Clinico presso l’Università degli Studi di Padova ed è iscritta all’Albo degli Psicologi del Veneto al numero 6158.
Si è inoltre specializzata in Psicoterapia Interattivo-Cognitiva a Padova.
Dal 2004 svolge la professione di Psicologa Clinica e Psicoterapeuta come libero professionista presso il proprio Studio di Psicologia, Psicoterapia e Coaching PRAGMATICA e svolge diverse collaborazioni con enti di formazione, scuole, associazioni di volontariato, associazioni culturali ecc. 
 La Dott.ssa Valentina Fusa si occupa di:
·         Disturbi del comportamento alimentare, problemi con il cibo e con il proprio corpo (anoressia, bulimia, obesità, Binge Eating, vomiting...)
·         Disturbi e problemi relativi allansia  (ansia, attacchi di panico, fobie, ossessioni...)
·         Problemi legati allo stress (agitazione, insonnia, mobbing lavorativo, stalking...)
·         Problemi di coppia
·         Problemi sessuali
·         Disturbi dellumore, depressione, problemi esistenziali
·         Problematiche di autostima
·         Difficoltà nellaffrontare determinati momenti critici, di scelta e/o di perdita (saper compiere una scelta, affrontare una malattia, affrontare una perdita o un lutto...)
·         Problematiche di identità personale, identità sessuale ecc.
·         Difficoltà relazionali e interpersonali
·         Problemi di infanzia, adolescenza e disagio giovanile
·         Disturbi fisici di origine psicosomatica
·       Orientamento scolastico e/o professionale (metodo di studio, tecniche di concentrazione e rilassamento, gestione del tempo e organizzazione del lavoro, ricerca attiva del lavoro…) 
·         Formazione e Coaching
·         Rilassamento psicofisico e tecniche di visualizzazione
·         Psicologia del Soccorso e Dell'Emergenza
·         Tecniche di comunicazione efficace
·         Psicologia dello Sport


 
 

20 aprile 2013

A proposito di … “bamboccioni”: reale necessità o mamme felici di poterli accudire?


Nell’ultimo periodo mi capita sempre più spesso di essere contattata da genitori  (per la verità, prevalentemente da mamme..) alle prese con difficili convivenze con pargoli dai 20 ai 40 anni. Studenti universitari, disoccupati o giovani lavoratori che spesso impongono una sorta di dittatura ai genitori e agli altri membri conviventi della famiglia. Talvolta vedo genitori che sono quasi completamente succubi ed in balia delle richieste dei figli, soggiogati ed alcuni addirittura terrorizzati di contrastarli per paura di eventuali ripercussioni e per il timore di affrontare probabili sceneggiate dai toni minacciosi, si adattano completamente alle loro pretese oltrepassando il proprio ruolo genitoriale. Ciò che dovrebbe lasciare perplessi è constatare che, come succede spesso in tutte le richieste di “aiuto”, se da un lato le madri lamentano situazioni esasperanti e non più sostenibili, dall’altro le stesse faticano a collaborare o addirittura rifiutano ogni tentativo di modificare la situazione per arrivare ad un reale cambiamento.

Ma vediamo insieme qualche esempio, tramite alcune testimonianze di mamme alle prese con figli cosiddetti “bamboccioni”.
“Non sarebbe difficile vivere con lui se non lasciasse le scarpe misura 46 sotto il tavolo della cucina, in mezzo al salotto o in bagno. Non sarebbe un problema se non svuotasse il frigorifero senza mai fare la spesa, se non seminasse il corridoio con calzini e biancheria sporca, se non si lamentasse che non ha più mutande quando ne ha dieci paia nel cassetto della sua camera, se ogni tanto buttasse la spazzatura (spontaneamente), se non mettesse in frigo le bottiglie di acqua vuote, se non cospargesse briciole su divani e tappeti, se non dicesse “mi hai perso la tessera della palestra” quando l’ha dimenticata nei jeans che sono in lavatrice ecc. ecc.”. Queste, come molte altre simili, sono le parole di una mamma di G. un ragazzo di 25 anni, neolaureato in Ingegneria e per ora disoccupato. A questo punto alcune domande nei genitori nascono spontanee; Dobbiamo avere sbagliato qualcosa suo padre ed io, ma ora è troppo tardi per chiamare “SOS Tata” a per raddrizzare la rotta; e dunque? Alcuni genitori si rispondono così: c’è un'unica soluzione: se ne dovrebbe andare di casa. Ma oggigiorno come si fa?

Capisco che in questi tempi di “crisi” una scelta del genere può risultare controcorrente. Alcuni miei amici, ad esempio, non solo non possono permettersi di aiutare i propri figli a uscire di casa, ma addirittura, per risparmiare su un secondo affitto, hanno preso sotto il loro tetto anche la mamma di lui. Stanno strettini ma, non avendo scelta, si fanno andare bene la situazione, soffocando quell’insofferenza verso i pargoli grandicelli e disordinati.
All’estero invece, se dopo i 20 anni vivi ancora con i genitori ti guardano male e hanno ragione: ritengo infatti che solamente trovandosi faccia a faccia con le incombenze del quotidiano si impari a farsene carico, diventando persone responsabili e adulte.
In Italia sentiamo spesso parlare di “bamboccioni”; quando io interrogo alcuni di questi giovani sull’argomento spesso mi sento dire che ognuno ha i suoi tempi, che logicamente non coincidono con quelli dei loro genitori; che c’è la disoccupazione e che non tentano neanche di cercare un lavoro perché tanto non lo troveranno di certo di questi tempi…Ad una pressione familiare ad uscire dalle mura domestiche rispondono “Va bene, anche io non vedo l’ora di andarmene. Ma te ne pentirai! Ti mancherò.” Ed ecco che si scatenano nei genitori pensieri di abbandono e sensi di colpa: forse pretendo troppo, non mi rendo conto di cosa c’è in giro, in effetti poi mi sentirei sola/solo, non sono pronta per vederlo andare via, è troppo presto ho ancora un sacco di cose da dirgli e da fare con lui.  Per chi è vissuto in “simbiosi” quasi da coppia con il figlio, la separazione può creare voragini. La chiamano “sindrome del nido vuoto” e, per carità, va rispettata perché è normale un po’ di dispiacere quando torni a casa e la trovi vuota, tutto in ordine come l’avevi lasciata, un posto in meno a tavola e tanto tempo libero in più.
Però noi italiani siamo un po’ esagerati se pensiamo che il 70 per cento dei figli esce di casa in media a 31 anni, soprattutto i maschi. E i casi che conosco confermano le statistiche.
Femmina è M., 19 anni. Appena terminata la maturità, e sapendo che i genitori possiedono un bilocale nella stessa città ha chiesto loro “sono grande, ho voglia di andare a vivere da sola. Posso prendere l’appartamentino?”. Siccome i suoi genitori sono aperti e disponibili, hanno detto sì. Pochi mesi dopo la mamma di Martina mi ha confessato “Quanti pianti mi sono fatta, da sola e di nascosto. Mi passerà, ma mi manca”.
S., 35 anni, amministratore di condomini, figlio unico, fortemente sovrappeso, una calvizie incipiente e un tabagismo che la madre lo costringe a sfogare sul balcone di casa; vive ancora con i genitori, è single, in camera ha ancora i poster dell’Uomo ragno. Mammà lo segue anche alle riunioni di condominio dove gli fa da segretaria, dà e toglie la parola, risponde come se fosse lei l’amministratrice.
C., mamma di 3 figli, ha gentilmente invitato il figlio maggiore P. ad accomodarsi nell’appartamento accanto al loro. “Non ero stanca di lui, ero convinta che gli avrebbe fatto bene. Traslocò, ma si vedeva che sarebbe rimasto più volentieri con noi. Dopo un po’ è andato in “depressione”, tornava tutte le sere da noi. Ci ha impiegato 2 anni a trovare un nuovo equilibrio. La seconda figlia invece, a neanche vent’anni ha girato mezza Europa e ora vive e studia a Londra. Ho appena fatto in tempo a svezzarla e poi, chi l’ha più vista?”.

Insomma, le regole sull’uscire di casa non sono assolute, vanno calibrate caso per caso.. ma dei limiti dovrebbero esistere. Ci sono genitori che piangono di nascosto per la partenza di un figlio, altri che studiano strategie per liberarsene, ma una cosa è certa: quando un figlio non se ne va, non è sempre e solo colpa della crisi, dei mutui che non ti concedono, del lavoro che manca, del carovita ecc. Spesso dietro ad un giovane che non si scolla c’è una mamma complice e contenta (per quanto si lamenti..) di pulirgli la stanza, di lavargli la biancheria, di cucinare per lui e di andare a portarlo e a prenderlo di notte in discoteca. E’ normale voler scappare da dove non stai più bene, è più difficile andarsene da dove si sta bene, quindi talvolta potrebbe essere utile fare un po’ di sano terrorismo ed inventarsi qualche strategia a scopo “pedagogico”.
Un utile esempio lo troviamo nella storia di E., che ha forzato un po’ il destino chiamandolo ‘ristrutturazione degli interni’; “dovevo solo tinteggiare ma a mio figlio, 29 anni e laureato in Giurisprudenza, ho detto che dovevamo fare casa da cima a fondo e che la sua stanza sarebbe stata inagibile per 5 mesi. Era l’occasione per affittare un appartamento suo, visto che aveva trovato un lavoro. Così, ho simulato una specie di trasloco per spingerlo a prendere il volo. Lo ha fatto ed ora è felice. Non posso ancora invitarlo a cena perché ufficialmente in casa persiste il cantiere, per cui lo vedo fuori o al ristorante. Naturalmente pago io, mica si può smettere di essere mamme”.

A questo punto vi starete chiedendo: e i padri? Dove stanno? Che ruolo hanno? Faranno anche loro qualcosa nel mantenere questa situazione..o no? Spesso si assiste ad una sorta di silenziosa presenza-assenza, con padri in altalena tra il dare un colpo al cerchio-moglie, e una alla botte-figlio. Non dimentichiamoci però che in fondo anche non fare “niente” è fare qualcosa; come insegna Paul Watzlawick: non si può non comunicare, non si può non scegliere.


 



24 dicembre 2012

Un Babbo Natale da corsa!

E così Natale è arrivato..e voi amici runners come siete messi? 
I Maya ci hanno risparmiato e ora iniziano le festività :-)

Questa sera si inizia con un lungo tour de force che parte con la cena della vigilia e finirà con l’arrivo della Befana il 6 Gennaio;
Aperitivo, antipasto, primo primo, secondo primo, secondo, contorni, dolce, panettone, frutta, caffè, ... 
Nella migliore delle ipotesi 2000 calorie a pasto, bevande escluse.
Tranquilli, non voglio fare il “bacchettone” e dirvi di evitare, di pensare a quello che mangiate..
Ci mancherebbe, godiamoci la vita! 
Ma come si fa a sopravvivere ai banchetti e magari riuscire a correre?

Quando corriamo conosciamo i nostri limiti, i nostri ritmi e sappiamo cosa succede se premiamo troppo l’acceleratore. 
Il fatto è che il nostro fisico è tremendamente abitudinario, sia nella corsa che nelle quantità di cibo digerito: ogni cambiamento lo sottopone a stress. 
L’apparato digestivo, in particolare, ha la capacità di "capire", nel momento in cui esageriamo (e a me capita spesso!), che per digerire ci servirà molto tempo più del solito. 
Esattamente com’è il recupero dopo un allenamento particolarmente intenso o una competizione.

Ora proviamo a pensare.. :-) 
quali possono essere gli effetti di due porzioni di lasagne, tre piatti di cotechino e quattro fette di panettone con la crema pasticcera
(mi viene l'acquolina   ..)
Potremmo forse sentirci appesantiti. 


Ok, abbiamo mangiato tanto. Ci sta
E adesso è ora di correre. Come fare? 
Non corriamo subito dopo, ovviamente. Aspettiamo che la digestione sia conclusa poichè si tratta di un processo che richiede impegno al nostro corpo e la corsa, in questo caso, aggiunge solo lavoro in più.

Un consiglio che mi sento di darvi è quello di correre prima: 
iniziare la mattina di Natale/Santo Stefano con l’apertura dei regali e poi andare a correre è bellissimo. 
Lo stesso vale per il giorno di capodanno. 
Non ci si sente strani: ci si sente "unici".
La sensazione e l'effetto di benessere terminata la corsa è garantito.
Provare per credere.
Mettetevi magari un bel berretto da Babbo Natale!

Personalmente mi sento anche maggiormente stimolato poichè ho ricevuto dalla mia ragazza un regalo tanto bello quanto inaspettato:
un paio di scarpe da corsa (ormai le mie attuali erano da pensione).
Un tesoro di ragazza.. e non solo certamente per quello :-)
Buone Festività !


    



8 dicembre 2012

Il circo della farfalla

Il circo della farfalla: in pista la metafora  della vita… e della psicoterapia

Ha catturato l’attenzione di un alto numero di commentatori il cortometraggio che si trova in rete, The Butterfly Circus (Il circo della farfalla). 

Interpretato da Nick Vujicic nel ruolo di Will, l’uomo senza arti che tale è non solo nel film ma anche nella vita, e diretto da Joshua Weigel, Il circo della farfalla non utilizza solo il circo e i suoi personaggi per narrare una storia, ma a mio avviso veicola qualcosa di intimamente legato ad importanti riflessioni sulla vita e, perché no, sulla psicoterapia come la intendiamo i miei colleghi ed io.

La storia esprime infatti, a mio parere, uno spaccato metaforico su quello che avviene nella maggior parte delle persone: la tendenza dei più a fermarsi ad un giudizio di esteriorità, di diversità, e il focalizzare la propria attenzione sul “bicchiere mezzo vuoto” ovvero sull’evidenziare le lacune, le mancanze, ciò che non c’è. Questo atteggiamento si può sviluppare verso gli altri, verso ciò che è “diverso” ai nostri occhi, oppure verso se stessi, portando di solito ad una sorta di rigidità ed immobilismo, sia mentale che personale. Ma vediamo brevemente di cosa tratta il cortometraggio...

Il signor Méndez è il proprietario di un circo che per caso si ferma in un luna park e visita il padiglione delle mostruosità umane ed anche Will, appunto, che se ne sta in mostra e attende che gli amanti dello spettacolo degli orrori sfilino davanti a queste umanità mutilate e deformi. “Una perversione della natura, un uomo – se così lo si può chiamare – a cui Dio stesso ha voltato le spalle!”, dice chi presenta il macabro show quando apre la tendina che tiene nascosto Will. Ma qualcosa cambia per un incontro inatteso, quello con il signor Méndez, che guarda Will con occhi diversi. Will prima lo rifiuta e poi lo segue. “Signori e signore, ragazzi e ragazze, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore”. Il signor Méndez dirige un altro tipo di spettacolo, insomma, non quello che si fonda sul mettere in mostra “le imperfezioni di un uomo…”; il suo circo porta in pista artisti che si “muovono pieni di forza, colore ed eleganza”, rappresentando qualcosa di “sbalorditivo”. A contatto con loro Will rinasce, sfidato dalla frase: “Se solo tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri”. Ma Will è perplesso e non crede di farcela. “Un vantaggio ce l’hai – è la risposta di Méndez – più grande è la lotta e più glorioso il trionfo”. Che sembra la regola che percorre da sempre non solo la pista di segatura, ma anche la legge più profonda della vita. Al circo, grazie all’arte e all’umanità che sprigiona dalla compagnia di Méndez, Will subisce la metamorfosi da bruco a farfalla e spicca il volo.
C’è molto realismo nella storia: Will nel circo del signor Méndez ha comunque un ruolo legato alla sua condizione umana, si getta da molto in alto in una vasca d’acqua e riemerge fra gli applausi. Viene presentato come qualcosa di eccezionale, un po’ come succedeva nel baraccone, perché lo spettacolo va avanti e la vita pure, e bisogna pur guadagnarsi il pane. Ma adesso Will mostra il meglio di sé, e il pubblico è testimone di “un’anima coraggiosa mentre imbroglia la morte salendo fino a 50 metri in aria e saltando dentro alla piscina”.

In questo cortometraggio si comprende di quanto è grande il potere della capacità di meravigliarsi, di essere curiosi e di saper guardare oltre l’apparenza. Quale che ne sia la condizione iniziale o di partenza, mentale, fisica, sociale, il cambiamento è sempre possibile. Ognuno di noi possiede infinite sfaccettature e punti di forza che possono emergere e grazie ad essi cambiare la nostra visione di noi stessi e del mondo che ci circonda. 

L’autocommiserazione ed il vittimismo nella maggior parte dei casi non possono che ingabbiarci in un vortice negativo che non solo non ci permette di essere sereni ma che inesorabilmente ci trascina verso il basso. Tramite questo filmato emerge inoltre quanto sia importante essere guardati con occhi diversi, avere qualcuno che rispecchia di noi potenzialità e risorse, puntando su quello che c’è e non su ciò che manca. 
Facendo leva dunque su ciò che di positivo c’è, si inizia la risalita e si sviluppano una serie di capacità, competenze ed esperienze che in precedenza non si sarebbero mai auspicate.

6 dicembre 2012

Correre... Nel Freddo!

E' un fatto che d'inverno alcune particolari condizioni climatiche come la temperatura che scende sottozero, o la neve, o i percorsi ghiacciati, possano in qualche modo frenare l'entusiasmo per una bella uscita di corsa e inducano a desiderare condizioni meno estreme..
Ma è anche lampante come pochissimi runner d'inverno escano con un abbigliamento corretto. 
Intendiamoci.. ognuno ha il diritto di vestirsi e correre come cavolo gli pare, ma è anche vero che si può facilmente identificare la scelta corretta in assoluto..
Proviamo dunque a capire quali siano le strategie consigliabili procedendo per zone del corpo.


Abbigliamento Generale:

due sono, a mio parere, gli errori che il runner commette: usare più strati e usare abbigliamenti larghi (per esempio tute). L'impiego di più strati non consente una traspirazione ottimale e in generale l'abbigliamento "comodo e largo", per scaldare in modo efficiente deve essere pesantissimo o comunque sempre più pesante di quanto si otterrebbe con altri materiali nelle stesse condizioni climatiche.

Testa:

anche la testa suda. Essendo dotata di capelli, non ha problemi di "riscaldamento". Pertanto solo i calvi possono usare un cappello di lana. Per tutti gli altri atleti è consigliabile, secondo me, la fascia che protegge le parti scoperte: fronte e orecchie.

Parte superiore:

usare più strati dunque non è molto consigliato. Per chi soffre tanto il freddo, è consigliabile eseguire il riscaldamento in tuta e spogliarsi di questo strato prima degli "allunghi" e/o del vero allenamento.
Esistono maglie termiche molto efficienti che abbinano calore alla leggerezza. Andate da "Decathlon" o in un buon negozio di articoli sportivi, troverete delle ottime opzioni ad un costo sicuramente accessibile.

Mani:

per fortuna esistono i guanti!  Mi è capitato molte volte di non averli con me.. Per chi soffre particolarmente poi il freddo il consiglio che mi sento di dare è quello di applicare una crema riscaldante sulle mani oltre a un buon paio di guanti.

Gambe:

Anche qui secondo me la soluzione ideale è un abbigliamento che garantisca  leggerezza, traspirabilità e ottima morbidezza. Se di usano pantaloncini è bene indossare quelli invernali attillati (tipici anche dei ciclisti)
Nel caso si usi il pantalone intero (calzamaglia) è meglio che il ginocchio abbia libertà di movimento e non sia impedito dal capo di abbigliamento nel movimento di flessione tipico della corsa.

Calze:

Vanno bene calze pesanti, invernali (senza esagerare per non snaturare la calzata!!)


In generale è consigliabile avere nei confronti del freddo e delle intemperie un approccio positivo; ciò non eviterà tutti i raffreddori, ma sicuramente ne diminuirà le probabilità.
Purtroppo chi ha un approccio "negativo" (eccessivo timore) verso freddo, acqua,  vento ecc... commette una serie di errori che aumentano la probabilità di incorrere in una malanno. Ad esempio:


  1. chi si copre troppo, sicuramente suda. Il sudore che "ghiaccia" sulla pelle è una delle cause più frequenti di malanno perchè provoca uno sbalzo termico inaspettato per l'organismo.
  2. per chi ritiene che la psiche abbia qualche influenza nel provocare le nostre malattie, temere il freddo è il miglior modo per ammalarsi. Avere invece fiducia nel proprio corpo e considerare "normale" una situazione climatica sfavorevole è il miglior modo di reagire.

Che si debbano prendere per forza malanni o altro perchè si sta al freddo non è detto ( fra l'altro lo sport con il tempo alza le difese immunitarie).
Dopo l'allenamento, molti podisti e runner d'inverno si cambiano all'aperto con temperature molto vicine allo zero! E sono quelli che in genere non prendono mai malanni....... :-)